LUISS

Intervento dell’on. Mauro Del Bue

Testo del discorso commemorativo in ricordo di Alberto Simonini letto da Mauro Del Bue nella sala del Tricolore del municipio di Reggio Emilia, martedì 6 luglio 2010, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte del deputato socialista democratico. 

 

Merito di Michele Donno è di aver dedicato un libro alla vita, alle idee, alle opere di Alberto Simonini, un socialista reggiano troppo spesso dimenticato per ragioni politiche, cioè a causa di quell’eresia riformista che per troppi anni è stata considerata anche a Reggio, forse soprattutto a Reggio, non come un merito, ma come una colpa. Mi è capitato talvolta di leggere che i costituenti reggiani sono stati due. E’accaduto anche recentemente in qualche discorso celebrativo del 2 giugno. Ci si è riferiti a Giuseppe Dossetti e a Nilde Iotti. Solo in qualche caso si è fatto riferimento a Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75. La dimenticanza di Alberto Simonini che fu nel 1945 membro della Consulta e con le elezioni del 2 giugno del 1946 divenne deputato alla Costituente, è perfino imbarazzante. Credo che la manifestazione di oggi debba essere interpretata anche come riparazione di un torto. E di questo dobbiamo ringraziare sindaco e presidente della Provincia, non senza chiederci ugualmente il motivo di queste omissioni. Siccome non amo usare giri di parole, allora dico con assoluta sicurezza che la dimenticanza di Simonini ha ragioni politiche antiche e anche qualche malcelata motivazione che attiene al presente. Ragioni che da un lato affondano nelle scelte del leader socialista e poi socialdemocratico reggiano nel dopoguerra e che dall’altro servono per giustificare qualche opzione politica attuale. Inizio dunque questo mio discorso con una nota apertamente polemica. Così come polemico, perché la politica, quella nobile, consiste nel tentativo di affermare le proprie idee contestando, anche aspramente, quelle che non si condividono, così come politicamente polemico era il carattere di Simonini. Egli non doveva essere certamente un uomo facile. E il compagno e amico Peppino Amadei me lo può confermare, visto che tante volte mi ha parlato di lui, che è morto quando io avevo appena nove anni, come di un combattente senza paura, spesso dotato di quella disincantata ironia che lo sapeva rendere anche divertente. Il libro di Donno, che la famiglia Simonini-Gambetti ha voluto pubblicare in ricordo del suo caro e illustre famigliare, è una minuziosa ricostruzione dell’attività politica di Simonini, da quella apertamente rivoluzionaria degli inizi, a quella sindacalista riformista del prosieguo, a quella socialista democratica degli ultimi decenni della sua vita. Vorrei ricordare che quando mi accinsi a redigere un opuscolo, pubblicato nel 1985 come estratto di un lungo saggio apparso sulla rivista storica “L’Almanacco”, non esisteva una biografia di Simonini. Tanto che Franco Boiardi mi chiese di pubblicare quel mio studio sulla Storia del Parlamento che proprio in quegli anni stava curando per l’editore Buccomino. Su Simonini esistevano solo discorsi generalmente approntati in occasioni di ricorrenze. Quello magistrale di Giuseppe Saragat, che seppe, in occasione del funerale, conciliare il ricordo per l’amico improvvisamente scomparso con il dolore e la condanna per i tragici fatti del 7 luglio, dopo che i due cortei funebri quasi s’erano incrociati in città, senza riuscire, come sarebbe stato giusto, a riconoscersi, legittimarsi, unificarsi. Poi diversi discorsi del suo amico e compagno di corrente Paolo Rossi, famoso, insigne costituzionalista, e di Giuseppe Amadei, che proprio nel luglio del 1960 gli succedette alla Camera. Per il resto poco più di niente. Anche nel 1985 non si poteva parlare di Alberto Simonini? In un certo senso sì. Anche nel mio partito, il Psi, c’era stato per anni il segno delle vecchie battaglie, della scissione del 1947 e poi dei lunghi e velenosi scontri degli anni della guerra fredda. Infine della nuova scissione del 1969. Ero allora segretario provinciale del Psi, ma il Psi del 1985 era un partito autonomo ed eretico, che aveva ormai apertamente riconosciuto a Saragat il merito storico di aver avuto ragione nel 1947 e a Nenni di aver avuto ragione solo dopo il 1956. Era il Psi di Bettino Craxi e di Claudio Martelli che tre anni prima, dalla conferenza di Rimini, seppero elaborare un progetto del moderno socialismo liberale. Oggi, dopo tanti anni, vorrei che a sinistra si facessero davvero i conti con la storia, la storia che è scomparsa completamente dalla politica. I partiti sono divenuti astorici e post-identitari, e pullulano con nomi e simboli che non esistono in nessun altra parte d’Europa. In fondo le idee giuste sono divenute eresie perchè l’Italia è sempre stata in questo dopoguerra un’anomalia e lo è tutt’ora, anche dopo la caduta del muro. E forse ancor di più dopo la caduta del muro.Simonini ha vissuto intensamente le pagine più nobili e più tragiche del novecento. Ne è stato un protagonista. Aveva solo sedici anni, quando a Brescia, dove il padre Augusto, manovale delle ferrovie, si era trasferito, si iscrisse alla federazione giovanile socialista. Come molti giovani della sua età l’istinto alla giustizia sociale, ma anche una forte dose di ribellismo lo avevano indotto alla militanza socialista, certamente corroborata dall’impegno del padre e anche dello zio Gherardo Gallinari, consigliere comunale socialista a Reggio dal 1906. Il suo impegno si tradusse presto in un’aperta propaganda antimilitarista e anticlericale, due caratteristiche del movimento giovanile socialista del tempo. Quando nel 1914 Alberto si trasferisce a Reggio aveva alle sue spalle già due anni di esperienza politica (era stato segretario della Figs di Brescia) e nel 1915, eletto segretario di quella di Reggio, il suo comportamento già si palesò come un caso politico nella federazione reggiana, allora controllata politicamente dai riformisti di Prampolini e Zibordi, direttori delle due Giustizie, quella quotidiana e quella settimanale. Simonini annunciò infatti la completa incompatibilità tra l’iscrizione alla federazione giovanile e la pratica di culti religiosi e la discriminazione dovette apparire un pò troppo ardita anche per un partito che non era certamente composto da cultori di Sacra romana chiesa. Poi propose lo sciopero generale contro la guerra e su questo si trovò a polemizzare apertamente anche con Prampolini e Zibordi. La federazione del partito intimò a Simonini di attenersi alle sue decisioni, ma il giovane Simonini non mollò di un centimetro. Convocò il Comitato centrale, andò sotto perché a difendere le sue tesi era rimasto solo lui, disse che avrebbe dato le dimissioni solo di fronte al congresso e il congresso gli confermò la fiducia con 284 voti contro 161. Simonini a questo punto ringraziò e diede le dimissioni da vincente. Questo, al di là della posizione assunta, testimonia certamente il carattere del giovane Alberto. Parafrasando Saragat a cui qualcuno rimproverava di avere un pessimo carattere e che rispose che i caratteri
o ci sono o non ci sono, si potrebbe concludere che Simonini anche da ragazzo un carattere ce l’aveva. Alberto si collocò poi su posizioni massimaliste nel 1919 e con Antonio Piccinini, che verrà vilmente assassinato dai fascisti nel 1924, arrivò a mettere in minoranza niente meno che Prampolini e Zibordi al congresso provinciale che si svolse a Reggio nel giugno di quell’anno, alla presenza del segretario nazionale Nicola Bombacci. Si trattava di una parentesi che sfociò, poi, nel gennaio del 1920, nel ritorno dei riformisti alla guida del partito, ma che segnalava le difficoltà del riformismo nell’accesa e tribolata fase del primo dopoguerra, che sarà alla base dei futuri sviluppi dell’Italia. Simonini, intanto, andava maturando idee diverse. E già alla fine del 1920, dopo che nell’autunno era stato eletto consigliere provinciale nelle elezioni che decretarono una trionfale supremazia socialista con 48 seggi conquistati su 60, nel dicembre scrisse su “La Giustizia” un articolo dal titolo significativo, “Unità, unità”, contestando così apertamente quello dei 21 punti di Mosca che prevedeva l’immediata espulsione dei riformisti. Su questo era in perfetto accordo con il suo leader nazionale Giacinto Menotti Serrati (Simonini venne delegato dalla sua corrente al Congresso di Livorno). Ma nel giro di poche settimane si distaccò anche da lui, aderendo pienamente alle posizioni di quegli stessi riformisti che aveva contestato qualche anno prima. Accettò infatti di impiegarsi nella Camera del lavoro di Parma a partire dal 1 gennaio del 1921 e poi, dopo una parentesi reggiana, ritornò a Parma nel 1922 per guidare la Cgdl. La situazione del sindacalismo parmense era alquanto tribolata. Simonini si trovò in quel tempo a dover fronteggiare ben tre tendenze in lotta tra loro: i resti del sindacalismo rivoluzionario di Corridoni e De Ambris, la nuova tendenza comunista filo bolscevica, i primi movimenti del fascismo. In questo crogiolo di convinzioni, di suggestioni, di spinte che generavano spesso anche scontri violenti, Simonini divenne un uomo di corrente, un capo corrente. E da Parma, che nel 1922 seppe reggere l’urto delle squadre di Italo Balbo, Simonini fu allontanato nel 1923 con foglio di via obbligatorio, rientrò a Reggio e l’anno dopo prese il treno per Torino, per reggere un altro delicato incarico sindacale: la federazione degli edili. Intanto Simonini aveva aderito al Psu di Turati e Prampolini che nell’ottobre del 1922, pochi giorni prima della marcia su Roma, erano stati espulsi dal Psi perché così voleva Mosca. A Torino Simonini divenne anche un sindacalista di dimensione nazionale. Nel dicembre del 1924 (ancora nel pieno della crisi determinata dal delitto di Giacomo Matteotti) egli volle intervenire al congresso nazionale della Cgdl e il suo fu uno degli interventi più applauditi. Il suo discorso venne commentato con favore, forse ricordandosi le sue antiche posizioni, dallo stesso Prampolini su “La Giustizia”. Simonini aveva affermato: “Sono convinto che con tutte le frazioni, compreso i massimalisti, sia possibile un’azione comune, ma coi comunisti c’è troppa distanza. Essi che non hanno le masse, si affidano ai disorganizzati. Io vorrei che la mozione dei confederali venisse mutata e che in essa fosse incluso un netto, esplicito invito al nuovo Consiglio direttivo di decidere nella sua prima riunione sull’incompatibilità della convivenza col gruppo comunista o, in via subordinata, che sin d’ora fossero demandati al Consiglio tutti i più ampi poteri perché le intolleranti sopraffazioni comuniste possano essere esemplarmente represse (…). Non si deve più consentire che le assemblee siano minacciate da squadre armate di bastoni. Non si deve più consentire che i sindacati siano distrutti moralmente, se non materialmente. Le masse si smarriscono, perdono ogni fiducia e così non si organizzano”. Simonini aveva rotto definitivamente col giovane rivoluzionario e massimalista ed era già diventato quel che poi si conoscerà nel secondo dopoguerra.Prampolini aveva scritto, il 30 dicembre del 1923, su “La Giustizia”, a proposito del nome del suo partito, il Psu: “Qualcuno saprebbe dirci perché al nome del nostro partito debba rimanere appiccicata questa parola (e cioè “unitario”). Essa nella nostra bandiera non dice più nulla. Dobbiamo dunque levarla. E poiché ciò che ci distingue dai socialisti comunisti o massimalcomunisti è la nostra fedeltà al metodo democratico e noi siamo appunto in Italia i socialisti democratici, il vero ed esatto nome del nostro partito è Partito socialista democratico”. Se Prampolini, nel 1923, si riteneva un socialista democratico, anche l’offesa di socialdemocratico che veniva coniugata con quella di traditore, di cui Simonini dovette essere oggetto, non avrebbe dovuto essere interpretata come una devianza rispetto agli insegnamenti del vecchio maestro, all’ispirazione del quale avrebbero dovuto invece sentirsi più estranei coloro che si sottomettevano al culto di Stalin e dell’Unione sovietica. Certamente, dopo le leggi eccezionali del dicembre del 1926 e la successiva instaurazione del regime fascista, i socialisti riformisti non seppero o non vollero erigere alcuna barricata che non fosse la loro personale coscienza. In tanti emigrarono, soprattutto in Francia, altri ancora si recarono in altre città italiane, da Reggio i più (Prampolini Zibordi, Storchi) presero la strada di Milano. Nel 1926 un partito socialista a Reggio sparì dalle scene. E quando si crea un vuoto è normale che qualcuno alla fine lo occupi. E’ il caso dei comunisti che seppero invece creare una propria rete di organizzazione clandestina nelle campagne, poi alle Officine Reggiane in città, molto limitata, spesso stroncata dalle autorità, ma che poteva vivere e riprendere fiato soprattutto per due motivi: perchè i suoi dirigenti erano giovani sconosciuti a Reggio contrariamente ai dirigenti socialisti, che erano guardati a vista dalla polizia del regime. E poi perchè potevano disporre di risorse che provenivano dal Comintern, alcuni di loro erano stati inviati alla scuola leninista e avevano così potuto svolgere un lavoro clandestino a tempo pieno. I socialisti dovevano invece trovarsi un’occupazione per vivere. I comunisti, e questo fu certamente un loro merito, riuscirono negli anni trenta a Reggio a ribaltare i rapporti di forza tra i due partiti della sinistra e con la lotta di liberazione, dove essi certamente furono più numerosi e determinati (alcuni fin troppo, per la verità), diverranno di gran lunga il primo partito politico locale. Mentre a livello nazionale con le elezioni del 2 giugno 1946 i rapporti di forza erano ancora favorevoli ai socialisti (con oltre il 20 per cento contro meno del 19) a Reggio erano decisamente sbilanciati a favore dei comunisti (con le elezioni comunali di Reggio del marzo del 1946 il Pci ottenne il 45%, contro il 26% del Psiup). Iniziava così la lunga egemonia comunista reggiana, che seguiva nel tempo quella socialista del pre fascismo e per taluni aspetti anche quella fascista del ventennio, che s’era certamente consolidata con la violenza e con la repressione, ma che aveva anche saputo ereditare le strutture tipiche del riformismo e che poi passeranno al comunismo reggiano. Cooperazione, sindacati, farmacie comunali, associazioni di categoria, la scuola, perfino la promozione degli organismi giovanili e dei bambini, saranno alla base della natura del modello reggiano nel corso dell’intero novecento a prescindere perfino dalla natura ideologica della sua egemonia. Simonini era rientrato definitivamente a Reggio solo dopo la caduta del fascismo. Egli partecipò al secondo incontro di Barco ove si decise la ricostituzione della federazione socialista reggiana. Tentennò sul tema della lotta armata, alla prima riunione del Cln che si svolse nel settembre del 1943 alla parrocchia di San Francesco. Lui e il suo compagno Giacomo Lari, che rappresentavano il Psiup, avevano mostrato perplessità sulla lotta armata sulla scorta di una discutibile fedeltà al messaggio di Prampolini. Prampolini in realtà non aveva mai sostenuto la non violenza in tutte le situazioni. Anzi, pur essendo non violento e pacifista per inclinazione, egli aveva sempre sostenuto due principi chiari: 1) Che la via legalitaria aveva sempre avuto per presupposto l’esistenza della legalità. E che dunque ove questo rispetto fosse venuto meno anche la violenza era ritenuta legittima e la ribellione anzi un dovere 2) Che nessuno poteva proclamare la rivoluzione in nome di una minoranza, la quale doveva avere pieno diritto di parola, di organizzazione e di sviluppo sempre, ma non il diritto di negare e addirittura sopraffare quello della maggioranza, anche se l’obiettivo finale si fosse chiamato socialismo o comunismo. I socialisti parteciparono attivamente alla lotta armata anche nella provincia di Reggio e nell’immediata fase del post liberazione Simonini si trovò a divenire il leader riconosciuto del Psiup, del quale venne eletto segretario provinciale e poco dopo anche membro della Consulta. Nel giro di un anno e mezzo i socialisti svolsero a Reggio ben quattro congressi, come in tutta Italia pervasi dal dilemma del rapporto coi comunisti allora regolato dal patto di unità d’azione firmato per la prima volta in Francia nel 1934. Simonini capeggiava allora la corrente autonomista del partito che faceva riferimento a Giuseppe Saragat e soprattutto ai vecchi riformisti riuniti dalla rivista di Turati e Anna Kuliscioff, “Critica sociale”, e cioè Faravelli, Mondolfo, D’Aragona, Modigliani. In tutti e quattro i congressi, i due del 1945, quello in occasione del congresso nazionale di Firenze del marzo del 1946 e quello del dicembre del 1946, che sfocerà poi nel congresso della scissione del gennaio del 1947, Simonini, assieme ai suoi compagni da Nino Prandi a Risveglio Bertani, a Giacomo Lari, a Viterbo Cocconcelli, allo stesso Amadei e altri, si schierò apertamente contro ogni ipotesi di fusione e vinse tutti e quattro i congressi richiamati. Il congresso di Firenze dell’aprile del 1946 segnò anche il prevalere di una nuova maggioranza nel partito, che mise all’angolo la tendenza di Nenni, Basso e Morandi, collocati allora all’estrema sinistra, ed eletto segretario un personaggio piuttosto ignoto, Ivan Matteo Lombardo, col supporto di Sandro Pertini, di Ignazio Silone e di Giuseppe Saragat. Su quel congresso, che poi portò il partito alla vittoria elettorale del 12 giugno (vittoria di Nenni perché trionfo della sua pervicace vocazione repubblicana, ma anche del Psiup che si era presentato con la propria lista e la propria autonomia) commentò Simonini: “Chi ricorda le nostre prese di posizione dal luglio scorso in poi, comprende che abbiamo ragione di essere soddisfatti”. Poi la rivincita della sinistra interna col congresso di Roma del gennaio del 47, mentre in mezza Italia vennero denunciati brogli e forzature all’interno del partito, non esclusa un’azione di infiltrazione promossa dal partito fratello e richiamata dai ricordi di Gianni Corbi e di Fabrizio Onofri, dirigenti del Pci del tempo. A tal punto che il figlio di Matteotti, Matteo, venne incaricato dagli autonomisti e soprattutto dai giovani di Iniziativa socialista, alla quale egli esso aderiva, di presentare un memoriale all’inizio del congresso, che ricordava in qualche misura quello del padre, costato qualcosa di più di una semplice contestazione. L’aria della scissione soffiava alta a Roma. Ma in pochi hanno voluto ricordare l’azione intrapresa da Simonini per evitarla. Simonini fu protagonista di un tentativo estremo di scongiurare una separazione che avrebbe indebolito il socialismo italiano negli anni seguenti. Il leader reggiano diffidava dei giovani di Iniziativa socialista che con Saragat volevano la scissione. Questi ultimi erano animati da un duplice proposito: opporsi ai governi ciellenisti collocando il nuovo partito alla sinistra di essi e marcare l’autonomia socialista dal Pci. Simonini, ma anche Saragat e gli esponenti di Critica sociale, erano invece soprattutto preoccupati dell’autonomia del partito, diffidando delle spinte estremiste dei giovani di Iniziativa, coi quali si troveranno a convivere anche componenti movimentiste e trozkiste come quella interpretata dal giovane Rino Formica. Saragat, che della scissione era l’alfiere, sapeva però che non poteva fare a meno di loro e così uno dei primi atti del nuovo partito sarà proprio la presa di distanze dal governo. Simonini prima che il congresso fosse terminato, tentò l’impossibile e si recò personalmente, ma credo anche a nome dei vecchi di Critica sociale, da Sandro Pertini per convincerlo ad accettare la carica di segretario. Pertini rifiutò e Simonini si disse perfino disponibile ad una segreteria Morandi. Ma anche questa mediazione, per l’opposizione di Basso, fallì. E scissione di palazzo Barberini fu. A Reggio, dopo la scissione, venne pubblicato un manifesto a cura del nuovo Psli che così recitava: “Compagni, la dolorosa scissione del partito, che tutti deprechiamo, ha confermato come nel vecchio partito convivessero due anime. Ciascuno è chiamato a risolvere liberamente il suo caso di coscienza. Uomini che, come D’Aragona, Modigliani, Mondolfo, Saragat, Mazzoni, Simonini, Greppi, Faravelli, Corsi, Reina e tanti altri che nel socialismo sono nati e per il socialismo e la classe lavoratrice hanno sempre sofferto e lottato, sempre uguali a se stessi, seguendo l’insegnamento dei grandi maestri Turati, Treves, Prampolini e Matteotti, hanno ricostituito il vero Partito socialista dei lavoratori italiani”. L’annuncio fu curato da Giorgio Lusenti, allora giovane giornalista di Reggio Democratica. Era il 15 gennaio del 1947. Non vado oltre perchè l’amico e compagno Amadei ha già detto tutto sull’impegno di Simonini negli anni seguenti. Di quando divenne, nel 1948, segretario nazionale del Psli, di quando divenne ministro della Marina mercantile e delle Poste e telecomunicazioni in governi centristi, di quando fondò una sua corrente che contestava anche Saragat e di quando criticò, nell’agosto del 1956, Saragat e Nenni dopo Pralognan per la fretta che i due avevano di riunirsi dopo dieci anni di scontri al fulmicotone. E chiudo con due osservazioni. La prima. E’ tempo, dopo cinquant’anni, che la città di Reggio, e in particolare i partiti e i movimenti della sinistra reggiana, riconoscano le ragioni che uomini come Simonini avevano nell’affermare i principi socialisti e democratici a fronte della polemica contro lo stalinismo e il filosovietismo, il frontismo, il fusionismo. Credo sia giunto il momento di operare perchè questa tradizione, quella socialista riformista e laica, non sia dimenticata in una realtà alla quale essa ha saputo dare molto. La seconda. E’ forse tempo che rinasca una forza politica che a questi ideali e a questa tradizione faccia apertamente riferimento. Nel panorama che penso ormai consunto di un sistema politico post identitario dove la storia è espunta dalla politica e dove l’identità viene vissuta come un inutile intralcio, è forse il momento di riflettere se anche in Italia, vera e sola anomalia in Europa, non debba prendere piede una forza politica di massa che a questa tradizione e a questa identità chiaramente si ispiri. Lo dico con spirito di parte. Come di parte fu Simonini, che non può essere ricordato, senza fargli un torto, se non come un combattente socialista democratico, senza paura e soprattutto senza reticenze. Io lo ricordo così per quel che è stato, per quel che ha detto, perché alla politica del Novecento ha dato un contributo che nel Duemila non può restare senza eredi. Grave carenza che anche a lui, sono sicuro, non sarebbe per niente piaciuta.

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