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Il ruolo della NATO dopo la caduta del muro di Berlino. Intervista a Natalino Ronzitti – Ordinario di Diritto internazionale, Luiss Guido Carli

17 feb 2009

Professor Ronzitti, la Nato nasce nell’immediato dopo guerra in un contesto internazionale bipolare. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e il crollo del muro di Berlino, il Patto di Varsavia si estingue. Perché la Nato no?
 

Perché la Nato, a differenza del Patto di Varsavia, è un’organizzazione democratica tra eguali. Con il crollo del muro e la dissoluzione dell’Urss, venuta meno quell’egemonia sovietica su cui si imperniava il Patto di Varsavia, il Patto stesso non aveva più ragione di esistere. Diversamente, la Nato vedeva una partecipazione paritaria degli Stati membri all’organizzazione, i cui compiti sono stati ampliati. Inoltre, all’indomani del crollo si diffonde velocemente in Europa la percezione che le nuove democrazie dell’Est possano trovare la loro sicurezza sotto l’ombrello protettivo della Nato.

In questa transizione storica che passa per il crollo del muro di Berlino, come è cambiato il ruolo della Nato?

Attualmente la Nato ha un duplice ruolo. Da un lato, conserva la sua funzione tradizionale di Patto di difesa collettiva tra gli Stati membri. Dall’altro, con le missioni cosiddette “non articolo 5”, ha sviluppato una proiezione verso l’esterno, interessandosi ad aree e territori di Paesi terzi rispetto all’Alleanza Atlantica. Così è successo in Kossovo e più di recente in Afghanistan. Tali funzioni le sono state attribuite dal documento di Washington elaborato nel 1999 dal Consiglio Atlantico.

In questa proiezione verso l’esterno, la Nato può essere considerata uno strumento efficace di lotta al terrorismo internazionale?

In tutti gli anni di storia della Nato, solo nel 2001 il Consiglio Atlantico ha considerato sussistente il casus foederis (art. 5 del Trattato), affermando che se fosse stato provato che gli attentati dell’11 settembre provenivano dall’esterno, i Paesi membri dell’organizzazione sarebbero dovuti intervenire a sostegno degli Usa, secondo quanto stabilito dall’art. 5 del Trattato. La Nato può quindi svolgere un ruolo importante nella lotta al terrorismo internazionale che si combatte su due fronti: con azioni di polizia e azioni più strettamente militari. Queste ultime si rendono necessarie quando le bande terroristiche sono ospitate in Stati conniventi con gruppi terroristici. La Nato potrebbe assolvere a questa seconda funzione, senza peraltro dimenticare la cooperazione con altre organizzazioni internazionali sugli studi volti a determinare le cause del terrorismo internazionale.  

Si è sentito parlare negli ultimi tempi di uno scudo spaziale antimissile che ha destato molta preoccupazione al Cremlino. Si tratta di un progetto americano o di un progetto Nato? E in cosa consiste?

Si tratta di un’impresa per ora degli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato che intendono difendere se stessi e l’Europa da eventuali attacchi di missili strategici iraniani, sebbene tale meccanismo venga percepito come una minaccia dalla Federazione russa. Sarebbe opportuno insistere sul coinvolgimento sia della Nato sia della Russia in questo progetto, facendo leva su quei meccanismi che furono istituiti nel vertice di Pratica di mare del 28 maggio 2002 e in particolare sul Consiglio Nato-Russia, che potrebbe svolgere una funzione molto utile al riguardo.

Di recente sul sito del Senato della Repubblica è stato pubblicato un suo rapporto sulle basi militari straniere in Italia e si è molto sentito parlare della questione dell’allargamento della base di Vicenza. Che differenza c’è tra una base Usa e una base Nato?

Occorre precisare anzitutto che non è stato mai espressamente chiarito quali siano le basi Usa e quali siano quelle Nato presenti in Italia. La funzione delle basi Usa, tuttavia, dovrebbe essere pur sempre strumentale all’assolvimento dei compiti Nato e pertanto da inquadrare nell’articolo 3 del Trattato istitutivo dell’Alleanza Atlantica. 

Ci sta dicendo che non è chiaro nemmeno se la base di Vicenza è una base Usa o Nato? 

Evidentemente no. Vale il discorso precedente: anche se si tratta di base USA, l’uso che ne viene fatto deve essere inquadrato nell’articolo 3 del Trattato dell’Alleanza Atlantica.  

La partecipazione dell’Italia alla Nato impone il consenso per l’allargamento delle basi straniere come ad esempio è accaduto per la base di Vicenza o gli esecutivi sono liberi di decidere al riguardo?

Per quanto riguarda l’ampliamento del territorio delle basi, è ovvio che questo presuppone il consenso dello Stato italiano, il quale non è obbligato a darlo. Tuttavia, tale consenso, qualora sia inquadrabile negli impegni già presi, può avvenire anche in forma semplificata, cioè con la sottoscrizione di un accordo da parte dei rappresentanti dell’esecutivo. É ovvio che l’opportunità politica richiede che il Parlamento sia pienamente informato.

Come si risolve il problema di un eventuale deposito in queste basi di armi che in virtù di impegni internazionali l’Italia non potrebbe possedere (per esempio un’arma nucleare)?

Ancora oggi si afferma l’esistenza in talune basi americane in Italia di arme nucleari. Occorre rilevare che l’Italia è parte del Trattato di non proliferazione nucleare e quindi non può detenere armi atomiche. Nello stesso tempo, l’Italia dovrebbe impedire che armi del genere siano impiegate contro la sua volontà. Si è quindi affermato il sistema della doppia chiave, secondo cui l’Italia potrebbe impedire che armi atomiche siano usate in partenza dal territorio italiano. Ma la questione resta ancora non definitivamente chiarita.