LUISS

CHI SONO

 

1. Mi sono laureato nel giugno del 1963, all’Università di Perugia, discutendo con Pietro Prini una tesi sul passaggio dal “primo” al “secondo” Wittgenstein. Armando Rigobello fu il correlatore della tesi. Dal 1963 al 1967 ho proseguito i miei studi presso le Università di Vienna, Münster ed Oxford. A Vienna frequentai i corsi di logica tenuti da Kurt Christian e quelli di filosofia della scienza svolti da Bela von Juhos. Con Juhos ebbi numerosissimi colloqui e non di rado approfittai della disponibilità di Viktor Kraft, il quale non si spazientì mai nel rispondere alle mie domande. Fu verso la fine di marzo del 1964 che ebbi l’opportunità di conoscere personalmente Karl Popper in occasione di un seminario da lui tenuto all’Istituto di Filosofia. Dopo Vienna, Münster per seguire i corsi di logica soprattutto di Hans Hermes. A Münster frequentai i seminari di linguistica generale diretti dal professor Peter Hartmann e potetti anche ascoltare alcune lezioni dell’allora professore Joseph Ratzinger e trovai davvero affascinanti le conferenze di Joseph Pieper sulla fenomenologia della temperanza, della giustizia, della fede e della speranza. E fu Gilbert Ryle che ad Oxford mi dette consigli – che ancora reputo preziosi – su questioni riguardanti l’analisi del linguaggio storiografico. Un giorno Ryle mi chiese: “Ma Collingword in Italia è molto famoso?”.  

2. Assistente di Filosofia teoretica nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia e successivamente di Storia della filosofia al Magistero di Roma; libero docente in Filosofia teoretica nel 1968, ho insegnato per incarico materie filosofiche al Magistero di Roma e dal 1969 al 1975 presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Siena, con sede ad Arezzo. Vinto il concorso a cattedra, sono stato chiamato ad insegnare Filosofia del linguaggio all’Università di Padova, dove sono rimasto sino al 1986 e dove ho insegnato per undici anni Filosofia della scienza nel Corso di specializzazione in Filosofia della scienza, di cui fui direttore per alcuni anni. I colloqui quasi quotidiani, proseguiti per anni, con colleghi come Pietro Omodeo, Massimo Aloisi, Aldo Bressan, Mario Austoni, Giovanni Federspil, Cesare Scandellari ed altri ancora hanno costituito per me fonti di insegnamento. Istruttivo anche il dibattito, a volte molto acceso, con i colleghi filosofi – parecchi dei quali mi apparivano troppo carichi di pretese fondazionistiche. Guardando indietro, trovo utili i molti incontri che a Padova era possibile avere in quegli anni con uomini di scienza e filosofi provenienti da fuori Italia.  

3. A Padova tenni la prolusione sull’identità del metodo popperiano del trial and error con il circolo ermeneutico di Gadamer: idea, questa, che ‑ se ben ricordo ‑ lì non fu accettata, che venne aspramente respinta anche da altri filosofi italiani, che Hans Albert e William Bartley non giudicarono indovinata, ma della quale oggi più d’uno è seriamente conosciuto. Ho avuto la fortuna di parlarne due volte anche con lo stesso Gadamer. Gadamer replicava con lunghe argomentazioni storico‑teoretiche in cui esprimeva le sue perplessità; Valerio Vema, che partecipò al primo dei due colloqui, si mostrò, invece decisamente avverso. Nell’orizzonte della teoria unificata del metodo ho affrontato questioni pedagogiche (si possono vedere al riguardo i miei volumi: Epistemologia contemporanea e didattica della storia, Armando, Roma, 1974 e successive edizioni; Il mestiere del filosofo. Didattica della filosofia, Armando, Roma, 1977, 1992; Epistemologia contemporanea e didattica delle scienze, Armando, Roma, 1977, volume edito più volte; Teoria e pratica della ricerca nella scuola di base, La Scuola, Brescia, 1993). E poi: la pubblicazione nel 1980 della Teoria unificata del metodo, con il secondo capitolo dedicato all’epistemologia e alla logica della diagnosi clinica, è stata per me il trait d’union con clinici di parecchie Facoltà di Medicina (Padova, Roma “La Sapienza”, Roma “Policlinico Gemelli”, Parma, Perugia, Sassari, Cagliari, Istituto Oncologico Regina Elena di Roma, ecc.). La realtà è che i clinici, come in Italia ben visto medici del livello di Maurizio Bufalini e Augusto Murri e, come più di recente, hanno ribadito maestri come Mario Austoni, Giuseppe Giunchi e Aldo Torsoli (solo per citarne alcuni) inciampano di necessità in questioni che esigono risposte logiche ed epistemologiche ‑ questioni, oggi rese ancor più acute sia dalla Evidence Based Medicine che dalla massiccia ed invadente presenza delle medicine “alternative” o “non convenzionali”. Per anni i seminari di epistemologia tenuti presso l’Istituto di storia della medicina dell’Università di Roma sono stati luoghi di incontro e occasioni di discussione (sulla scientificità o meno della psicoanalisi, sull'”occhio clinico”, sull’errore della medicina e gli “sbagli” del medico, sulle medicine “alternative”, sull’idea di “fatto”, sull’esistenza o meno del metodo induttivo, sulla medicina basata sull’Evidence, sui contributi all’epistemologia da parte di medici come Bufalini e Murri o di fisiologi come Claude Bemard, e così via) tra medici, storici della medicina (come non ricordare Mirko D. Grmek?), biologi e filosofi ‑ tra questi ultimi, contributi notevoli sono stati dati da Vittorio Somenzi e da Massimo Baldini, il cui primo lavoro sulla metodologia della clinica (Epistemologia contemporanea e clinica medica) risale addirittura a trent’anni fa al 1975. Insieme a Mario Timio ho scritto il libro: La medicina basata sulle evidenze, con Prefazione di Paolo Brunetti (Memoria, Cosenza, 2000); e con Cesare Scandellari e Giovanni Federspil il volume: Epistemologia, clinica medica e la “questione” delle medicine “eretiche”, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003.  

4. Agli anni di Padova risale la collaborazione con Giovanni Reale ‑ collaborazione che dapprima ha portato alla stesura dei tre volumi de Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi (giunto in Italia alla quarantesima edizione, e tradotto in spagnolo, portoghese e russo) e che più di recente si è risolta in un confronto su temi di filosofia teoretica nel libro: Quale ragione?. Debbo confessare che i tre anni impegnati nella stesura de Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi sono stati anni di grandi fatiche. Pierre Duhem aveva perfettamente ragione ad affermare che “fare l’analisi logica di un principio fisico, significa farne l’analisi storica”. E quel che vale in fisica, vale pure nelle altre scienze e vale in filosofia. Per questo, un prolungato bagno nella storia delle idee ha rappresentato per me un’esperienza formativa. Parecchie sono le idee che mi uniscono a Giovanni Reale; altre ci dividono. Molti prevedevano (e alcuni, forse, speravano) che la nostra collaborazione sarebbe presto naufragata. Quel che naufragò fu invece l’errata (e da alcuni sperata) previsione. Abbiamo lavorato di buon accordo sulla base del principio di tentare di individuare il problema o i problemi affrontati dal filosofo analizzato, di vedere le soluzioni da lui proposte e le critiche da lui avanzate nei confronti di soluzioni alternative. In questo modo, la nostra storia della filosofia si è venuta a configurare ‑ diversamente da altri manuali di filosofia dominati dalla presunzione di ergersi a tribunali dei filosofi ‑ come una “storia scientifica” di problemi, teorie e argomentazioni filosofiche, dove la critica alle teorie dei filosofi viene esposta ed esaminata nelle teorie e argomentazioni di altri filosofi.  

5. Da Popper ad Hayek e alla Scuola austriaca di economia il passaggio era destinato ad essere, per così dire, naturale. Il 23 aprile del 1984 Hayek, a Spoleto, espose ad Angelo M. Petroni e me gli argomenti di fondo del libro che stava ultimando: The Fatal Conceit, il suo testamento intellettuale. Trascorremmo insieme un’intera giornata ‑ che ricordo con animo pieno di gratitudine. Al 1984 risale il saggio Fatti, teorie e spiegazioni in Carl Menger e Karl Popper (pubblicato su “Nuova Civiltà delle Macchine”, 11, 1, 1984). Negli anni successivi, con il mio trasferimento nel 1986, sulla cattedra di Metodologia delle scienze sociali, nella Facoltà di Scienze politiche della Luiss, le tematiche di natura metodologica relative alle scienze storico‑sociali, nella tradizione della Scuola austriaca, sono diventate uno dei miei principali argomenti di indagine. Intanto, nel 1989, Guido Carli, allora presidente della Luiss, accettò di buon grado la mia proposta di istituire un Centro di metodologia delle scienze sociali, all’interno del quale potessero trovare spazio e sostegno studiosi, giovani e meno giovani, e non solo della Luiss, interessati alle “ragioni” logiche, epistemologiche ed economiche della libertà. 1 frutti di un duro e assiduo lavoro che ormai dura da quasi un quindicennio rappresentano un cospicuo raccolto che la disponibilità dell’Editore Rubbettino ha reso fruibile non solo agli studenti delle nostre Università ma anche al più ampio pubblico colto. L’attività scientifica degli studiosi afferenti al Centro di metodologia si è arricchita e consolidata in confronti e discussioni in Italia e all’estero, con colleghi stranieri di prim’ordine. Ne ricordo solo alcuni: Hans Albert (Heidelberg), Raymond Boudon (Sorbona), Joseph Agassi (Tel Aviv), Alban Bouvier (Sorbona), Svetlana Maltseeva (San Pietroburgo), Donald Gillies (King’s College, Londra), Michael Novak (Washington), Pascal Salin (Parigi IV), Robert Sirico (Acton Institute, Grand Rapids), Vladimir Myronov (Mosca), Vassllij Antonovic (San Pietroburgo), Philippe Nemo (Ecole de Commerce, Parigi), Michael Zóller (Bayrenth), Valerij Kuznecov (Mosca), Jean Petitot (Ecole Polytechnique, Parigi), Karl Milford (Vienna), Kurt Leube (Stanford), Pedro Schwartz (Madrid), Peter Kampits (Vienna) ‑ ed altri ancora.  

6. I miei Autori: Wittgenstein, Popper, Gadamer, Menger, Mises, Hayek ‑ e, più indietro, Kant; e, dopo Kant, Kierkegaard; e, prima di Kant, Pascal. Le tematiche sulle quali si sono concentrate le mie ricerche: fallibilità della conoscenza umana (scientifica e filosofica); teoria unificata del metodo; rapporti storici, logici e metodologici tra idee metafisiche e teorie scientifiche; rapporti (storici e teorici) tra ragione filosofica e fede religiosa; individualismo metodologico; ragioni della libertà. 

7. Cattolico ma non tomista, anzi dichiaratamente pascaliano; liberale ma non libertario; laico ma non laicista; schierato per la logica dei problemi e non degli schieramenti, ho trovato e trovo difficoltà ad intrupparmi in processioni partitiche; insomma, una persona cordialmente scomoda. Così mi sono tante volte percepito nella percezione altrui.

In ogni caso: fallibilista nella concezione della scienza e della filosofia, se in metaetica essere relativisti equivale all’incapacità di fondare razionalmente in maniera ultima e definitiva le proprie scelte etiche, io mi dichiaro relativista. Se essere fideisti equivale a dire che la scelta di fede non è l’esito di argomentazioni metafisiche quanto piuttosto il risultato di un’opzione radicale, io mi dichiaro fideista. Se per nichilismo di intende l’impossibilità a parte hominis di costruire un senso assoluto della vita, se nichilismo, in altre termini, significa un nihil di senso assoluto costruito con mani umane, io mi dichiaro nichilista. Se “pensiero debole” equivale alla riconquista razionale della contingenza umana, io mi schiero a difesa del pensiero debole. Dunque: fallibilista, relativista, fideista, nichilista e difensore della forza del pensiero debole, una prospettiva razionale che non cancella lo spazio della fede e che sta alla base della società aperta e dell’identità dell’Europa.

Un’ultima annotazione: sono nato nel 1940 a San Giovanni Profiavenea, un paese nella periferia di Foligno. 

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